Oltre il foulard

scritto da DariaPotok
Scritto 5 mesi fa • Pubblicato 5 mesi fa • Revisionato 5 mesi fa
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Una storia di... confini. Segnalato al Premio Città di Trieste 2025.
- Nota dell'autore DariaPotok

Testo: Oltre il foulard
di DariaPotok

Il colore della sciarpetta leggera da cui non sapeva separarsi non lo scorderò mai.
Un arancio acceso, sgargiante addirittura, che mi aveva ricordato istintivamente quello dei nastri bicromi apposti dalle autorità o dai capicantiere quando vi è la necessità di delimitare un'area ad accesso vietato.
Quel mercoledì a tempo pieno dopo la prima settimana scandita da mattinate di due o tre ore riaffiora ancora vivido nella mia mente, malgrado sia ormai trascorso più di un decennio dalla quarta liceo. Andreina, il cui posto si trovava parallelamente due file davanti al mio, al suonar della campanella dell'intervallo aveva sfilato il foulard con un gesto flessuoso della mano sinistra e l'aveva dipanato per tutta la lunghezza del lato frontale del banco. Mentre la sua folta frangetta color cappuccino tremolava un poco per tutti quei movimenti, aveva estratto dalla cartella una bottiglietta
di tè verde e un libro. Di lì a un attimo si era immersa nella lettura.
Lei era nuova nella classe, trasferitasi da un'altra città. Noialtri avevamo alle spalle il ginnasio e l'inizio del triennio in comune e non ci era voluto molto perché il cicaleccio regnasse sovrano in aula. Giordano ne aveva approfittato immediatamente per accalappiare Brando e me e raccontarci
nel dettaglio del suo fine settimana alla fiera del fumetto, ma io, per quanto ci avessi provato, non ero proprio riuscito a concentrarmi sul suo resoconto. La mia attenzione era rimasta là, su di lei e sul suo cocciuto isolamento. Non si era alzata per sgranchirsi le gambe in corridoio, né aveva
cercato con gli occhi un qualche appiglio di conversazione nelle altre ragazze: aveva seguitato a sorseggiare la sua bevanda e a leggere il suo tomo sino al rientro della professoressa.
La scena si era ripresentata, immutata, per tutto il mese successivo. C'era stata un'unica eccezione, impossibile dimenticarla!, in cui, a metà pausa, aveva abbandonato la sua sedia per raggiungere la cattedra, volumetto in mano, e confabulare con il professore di lettere. Gli aveva indicato questo e quel punto su una pagina, leggermente china in avanti, si era sistemata una ciocca dietro l'orecchio
destro, gli aveva domandato qualcosa ed infine aveva annuito un paio di volte alle labbra di lui che si muovevano in una qualche spiegazione. In quell'istante avevo desiderato di poter essere il Cuomo
per vedere così nitidamente quei suoi occhi verdi assetati di riscontri e udire meglio la timida voce che soltanto se interrogata faceva capolino dal profondo di quella boccuccia seducentemente esangue.
Finché, una mattina, raccolsi tutto il mio coraggio in quei pochi passi che ci separavano e mi piazzai di fronte a lei, appoggiando entrambe le palme sul banco, proprio sopra il suo fazzoletto. Lo feci
nella maniera più rumorosa possibile, per destarla da quella sua fastidiosa abulia.
“Quand'è che ti deciderai ad inserirti nel gruppo classe?”
Lei sollevò lievemente il mento e fissò il suo sguardo nel mio. “Ludovico, giusto?”
“Incredibile, allora i nomi li conosci. Sono solo le persone che non vuoi conoscere.”
Accompagnò delicatamente il piatto posteriore della copertina verso il suo gemello, trattenendo il dito indice fra le pagine. “Non sei per niente educato.” mi rimproverò “Mi pare di aver lasciato
intendere non troppo velatamente che non voglio interruzioni mentre sto leggendo.”
Alla mia aria – evidentemente – interrogativa Andreina reagì indicando sprezzante la stoffa arancione.
“Non hai notato la mia barriera? Dietro ad essa ci siamo solo io e i libri, non c'è spazio per intrusi o curiosi di sorta: è la paratia che protegge la mia terra, mia solamente, e nessuno deve entrarci fintanto che ci rimango. Al suo interno ho il tempo di confrontarmi con chi mi ha preceduta e mi ha lasciato in eredità il suo pensiero e la sua immaginazione, senza rischiare invasioni e distrazioni. Come potrei altrimenti scoprire a fondo ciò che penso, ciò che temo, ciò che sono?”
“Non capisco...”
Sbuffò in un risolino ironico che scostò appena un ciuffetto della frangia. “Chissà perché, ma me l'aspettavo.” sospirò “Provo a fartela semplice: in che modo distingui una nazione da un'altra?”
Era una domanda cui, in tutta franchezza, non sapevo rispondere di mio. Mi sovvenne il Manzoni che nella sua ode Marzo 1821 definiva la nazione come un'entità avente medesima lingua, medesima memoria, medesima stirpe, e fu ciò che biascicai, non senza un certo imbarazzo.
“Bene; e come la discerni? Mediante i confini. Le frontiere non sono altro che le recinzioni che ci fanno capire quando lasciamo il conosciuto e il familiare per lo sconosciuto e l'allogeno. Quel che
circoscrivono rappresenta la nostra appartenenza; quel che sta al di fuori, invece, la nostra estraneità. Il tutto implica che ci si applichi per indagare al meglio il territorio interno, perché solo
una volta inteso nelle sue più intime sfumature possiamo proporci di avventurarci nel resto del mondo.”
Mi stava venendo un notevole mal di testa. “Mi stai dicendo che tu sei come una nazione?”
La mia coetanea ridacchiò. “Non io sola, Ludovico, ognuno di noi! E questo sciallino” continuò, afferrando l'oggetto incriminato e scuotendolo sotto al mio naso, “è il mio confine. Adesso mi lasci in pace?”
Lì per lì non seppi proprio come replicare. Mogio, tornai al mio banco. L'ora seguente mi fu impossibile badare alla lezione di Inglese, continuavo a rimuginare sulle sue parole. Mai avrei pensato di paragonare un essere umano ad una nazione, eppure, in effetti, il confronto della ragazza
calzava. Ciascun individuo era da intendersi come un crogiuolo di espressioni e modi di dire appresi, parenti seguiti, ricordi ed esperienze vissuti, odori incontrati, ricette assaggiate, canti popolari fischiettati e probabilmente mille altri tratti che l'identificavano come tale – esattamente
come una nazione. Ed era altrettanto vero che, prima di poterci aprire efficacemente al prossimo, dovevamo conoscerci in maniera approfondita. Ma...
Trascorse qualche altro giorno con me che m'incaponivo nel mio interesse per Andreina e lei che prontamente mi respingeva. Alle mie obiezioni trovava sempre risposta: bisognava sfruttare ogni
momento libero per quell'esplorazione interiore il cui traguardo era distante anni luce; leggere era la chiave più adatta, per lei, ad aprire il forziere del suo io e pertanto era fuori discussione cercare un'attività alternativa allo scopo; pur non possedendo la certezza assoluta di avere successo
nell'impresa, era inconcepibile lasciar perdere giacché sarebbe stato come pretendere di girare un film senza nota spese – come vivere la vita senza aver idea del potenziale a disposizione.
Non sapevo proprio scalfire quella muraglia che la divideva dagli altri – che ci divideva.
Poi, in un nebbioso pomeriggio di metà novembre, ebbi un'illuminazione. Talmente banale, talmente ovvia da non essersi manifestata prima. Dal divano del soggiorno, dove mi ero oziosamente trastullato dopo pranzo, corsi in camera mia e mi misi a ravanare nell'armadietto della cancelleria. Conoscevo l'abitudine di mia madre di conservare quasiasi cosa potesse rivelarsi utile per la scuola, anche a distanza di anni, e non nutrivo il ben che minimo dubbio che avrei trovato ciò
che mi serviva.
L'indomani mi presentai a scuola baldanzoso. Brando squadrò con espressione confusa la sacchetta
che mi ero portato dietro accanto al solito zaino, ma io lo tranquillizzai subito dicendogli che non si era scordato di nessun laboratorio pomeridiano né di ore di educazione motoria extra, che si trattava
di una sfida che mi apprestavo a vincere. La sua alzata di sopracciglia mi fece intuire che probabilmente si domandava a cosa mi riferissi, tuttavia non volli puntualizzare, forse per scaramanzia, forse per trepidazione.
La campanella trillò come di consueto alle 9.50 e senza indugi diedi il via al mio piano. Raccattai la piccola sacca e ne cavai dei cartoncini di differenti fogge, che collocai disordinatamente sul banco.
Nell'agire così tentai, ancora una volta, di fare più baccano possibile affinché lei mi notasse, cosa che, per mia fortuna, avvenne. La vidi far perno col braccio sullo schienale per girarsi verso di me e fu allora che, con velocità da ghepardo, lo sistemai sull'angolo destro.
Il temperamatite con serbatoio color verde fluorescente trovato nell'uovo di Pasqua del 2005.
Iniziai poi a dedicarmi al mio passatempo prediletto: gli origami. Sin dalle elementari avevo trovato una certa pace interiore nell'ammansire minuziosamente quei foglietti, curando ogni singola piegatura e rovesciando ora un lato, ora l'altro, fino ad ottenere la sagoma prescelta. Quelle
microscopiche mosse delle mie dita impegnavano meccanicamente il mio corpo e permettevano ai miei pensieri di vagare oltre l'orizzonte di me stesso.
Sentii lo stridio di una sedia e con la coda dell'occhio mi accorsi che si trattava della sua, che aveva messo da parte per avvicinarsi. Giunta da me, Andreina si accosciò incrociando ambe le braccia sul mio banco e posandovi sopra il suo delizioso mento affusolato.
"Che significa?"
“Eh?” emisi, con aria da finto tonto.
“Questa pagliacciata, intendo.”
Interruppi l'esecuzione del mio splendido airone. “Nessuna pagliacciata. Sto seguendo il tuo consiglio: investigo il mio dedalo interiore.” spiegai, guardandola direttamente. “Non siamo uguali,
però; con me la tecnica della lettura non funzionerebbe. La mia è l'arte di piegare la carta.”
“Mpff. E quello?” aggiunse, alludendo al voluminoso temperino.
“Oh, quello è il mio confine. Migliore del tuo, però.”
Aggrottò la fronte. “Cosa intendi dire?”
Mi protesi in avanti verso di lei, una decina di centimetri a separare i nostri visi. 
“Il mio è un semaforo.”
Il suo smarrimento era evidente. 
“Sai,” proseguii “in queste settimane le tue parole mi hanno tarlato il cervello; qualcosa, in esse, non mi quadrava. E solo ieri ho capito l'inghippo.” così dicendo, afferrai la sorpresina fra pollice ed
indice, per poi porla fra noi. “La tua interpretazione di confine è erronea, Andreina. Corretto, è una linea di divisione fra nazioni, o fra persone, volta a preservarne il contenuto, ma sbagli nel crederlo un muro chiuso: piuttosto, è un incrocio, tant'è vero che è estremamente difficile scindere nettamente tra zone a cavallo del confine, dove le diversità si sfumano, si sovrappongono, s'intersecano. Per avere un'idea a tutto tondo di ciò che siamo è imprescindibile considerare
l'alloctono, che arriva a fungere da spunto di paragone. Quindi” e risistemai il temperamatite nella posizione originaria “questa è la miglior rappresentazione: un segnale di tutela dell'unicità e di
disponibilità all'incontro.”
Rimase in silenzio per un po', lo sguardo perso nel vuoto, come a metabolizzare il mio discorso.
“Spero...”
“Hai vinto.” m'interruppe tutt'ad un tratto. “La tua prospettiva è più giusta della mia. Hai ragione. Tuttavia” fece una pausa, che ebbi l'impressione essere dolorosa, probabilmente relativa agli eventi
passati che l'avevano turbata nella sua vita. “...è questo che sono diventata, io.” toccò il tessuto arancione mordendosi il labbro inferiore “...e non posso cambiare.”
Le sfiorai una mano con tutta la dolcezza di cui ero capace.
“I cambiamenti non sono mai subitanei, Andreina. Per iniziare, perché non reimmagini il tuo foulard? Non più nastro di delimitazione, bensì...” le sorrisi "...passaggio a livello.”

Oltre il foulard testo di DariaPotok
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